Allarme Italia

La calma piatta sul fronte dello spread non inganni: prezzi al consumo freddi come quelli italiani confermano che la ripresa dell’economia è men che tiepida, e per il momento solo futuribile. E se per il ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, un’eventuale affermazione dei movimenti no-euro e nazionalisti alle elezioni europee “potrebbe essere uno choc salutare” – solo “una battuta”, ha precisato in serata una nota di Via XX Settembre – certo è che nemmeno i movimenti anti-sistema, magari dagli scranni parlamentari di Bruxelles, avrebbero vita facile a invertire la tendenza in atto. Che è quella rappresentata ancora ieri dall’Istat. Cerasa Dietro il lavoro di Renzi - Narduzzi Perché il governo deve prendere sul serio il rischio deflazione
12 AGO 20
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La calma piatta sul fronte dello spread non inganni: prezzi al consumo freddi come quelli italiani confermano che la ripresa dell’economia è men che tiepida, e per il momento solo futuribile. E se per il ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, un’eventuale affermazione dei movimenti no-euro e nazionalisti alle elezioni europee “potrebbe essere uno choc salutare” – solo “una battuta”, ha precisato in serata una nota di Via XX Settembre – certo è che nemmeno i movimenti anti-sistema, magari dagli scranni parlamentari di Bruxelles, avrebbero vita facile a invertire la tendenza in atto. Che è quella rappresentata ancora ieri dall’Istat: il tasso d’inflazione medio annuo, nel 2013, è stato pari all’1,2 per cento, in netta decelerazione rispetto al 3 per cento del 2012. La buona notizia è che il potere d’acquisto degli italiani non viene eroso dalla crescita dei prezzi, anzi. Per il resto, però, le conseguenze del processo disinflazionistico sono quasi tutte negative. Innanzitutto i prezzi piatti sono spesso il sintomo di una domanda ferma e del tentativo estremo di vendere la merce a prezzi da saldo. L’altra faccia della medaglia: consumatori e investitori tenderanno a rinviare le loro spese in attesa di prezzi ancora più convenienti. Ed ecco che il circolo prezzi bassi-meno consumi rischia di autoalimentarsi. Poi ci sono i problemi per i debitori, privati o pubblici che siano.
L’Italia rientra a tutti gli effetti in questa categoria visto che il debito pubblico del nostro paese – ha comunicato ieri la Banca d’Italia – ha raggiunto un nuovo massimo storico in novembre, 2.104,1 miliardi di euro. Un valore destinato a scendere in dicembre per ragioni contabili, ma che comunque mantiene il rapporto debito pubblico/pil a livelli elevati, attorno al 130 per cento. Perché prezzi troppo piatti peggiorano le cose? Da una parte il pil nominale di un paese si riduce, perché i prezzi scendono e la ripresa non c’è; dall’altra lo stock di debito pubblico rimane lo stesso: ergo, il rapporto debito pubblico/pil diventa più difficile da ridurre, al limite impossibile. Vale anche per le imprese private più indebitate che, con ricavi in calo, si avvicinano al fallimento. Il problema, come scrive Edoardo Narduzzi a pagina tre di questo giornale, non è soltanto italiano: Portogallo e Grecia, addirittura, sono già in deflazione, cioè con un andamento negativo dei prezzi. Mentre un’inflazione più vicina alla normalità è quella tedesca, all’1,5 per cento. L’Eurozona, per il momento, pare essersi incamminata proprio sulla strada che da mesi il Fondo monetario internazionale sconsigliava di percorrere. Perché un aggiustamento dei prezzi nei paesi dove questi in passato erano cresciuti di più era plausibile, certo, anche per cercare di riguadagnare terreno sul fronte della competitività. Tuttavia, secondo il direttore del Fmi, Christine Lagarde, “una qualsivoglia nozione di equilibrio implica minor inflazione e crescita dei salari al sud dell’Europa, ma anche consentire una maggiore inflazione e crescita salariale in quei paesi che possono permetterselo”. Per ora sta accadendo l’inverso.
Anche la ripresa della produzione industriale a livello europeo, notava ieri su Repubblica.it l’inviato Federico Fubini, rischia di certificare “una ripresa a due velocità”: il dato medio per novembre è positivo dell’1,8 per cento, ma mentre la Germania ha fatto segnare più 2,4 per cento rispetto al mese precedente, l’Italia è ferma a più 0,3 per cento.
Tali squilibri chiamano in causa, ancora una volta, l’unica istituzione davvero federale dell’Eurozona, cioè la Banca centrale europea. Potrebbe fare di più? Certamente sì, è la risposta che ieri dava Lucrezia Reichlin sulla prima pagina del Corriere della Sera. Reichlin, in passato economista proprio alla Bce, conosce bene le difficoltà (innanzitutto politiche) che oggi incontra il presidente dell’Eurotower, Mario Draghi, anche solo a ipotizzare ulteriori stimoli monetari. Tuttavia l’economista ieri si è chiesta: “Perché non muoversi con più aggressività? Eppure l’inflazione ha sorpreso al ribasso”. L’architettura istituzionale della zona euro, con politica monetaria centralizzata e tante politiche fiscali nazionali, “rende eccessivamente conservatrice (la Bce) e restia ad agire d’anticipo – come ritengo dovrebbe – sparando tutte le cartucce a disposizione per far ripartire un’economia che stenta a decollare”. In questo difficile contesto europeo, non aiuta la flemma riformatrice dimostrata finora dal governo Letta. Ieri il ministro Saccomanni ha detto che non occorrono cambi di rotta: “No, no, l’agenda è bella chiara”. Peccato che non sia nemmeno lontanamente simile all’agenda Giavazzi, quella che suggerisce di ridurre spesa pubblica e tasse in maniera robusta. Letta non ha scalfito neanche la voce “simbolica” dei sussidi pubblici alle imprese, 10 miliardi all’anno, già censiti dallo stesso Giavazzi e di cui si discute da due anni come possibile copertura per sgravi fiscali più lineari ed efficaci.